Ripensiamo il modello di rappresentanza sindacale nei centri commerciali

Roma -

Il decreto del governo Monti, noto come “salva Italia” permette ai centri commerciali di tenere aperto sempre, anche durante le domeniche e i festivi, creando gravissimi problemi per i lavoratori che non hanno più tempo per se stessi e per le proprie famiglie, aggiungendo un ennesimo tassello al puzzle fatto di precarietà, di bassi salari, di difficoltà nella vita di relazione e degli ormai pochissimi diritti per oltre due milioni addetti del settore.

 

Il potere contrattuale di queste donne e questi uomini è scarsissimo, nonostante in un centro commerciale di grandi dimensioni lavorino anche 2000 persone. Insomma, delle vere e proprie “fabbriche metropolitane” dove i lavoratori, a differenza di quelli delle fabbriche dello scorso secolo, dopo aver subito processi di disgregazione e logiche di appalto e subappalto, trovano enormi difficoltà nell'organizzarsi per migliorare la propria condizione lavorativa.

 

In un centro commerciale abbiamo lavoratori che fanno più o meno lo stesso lavoro ma sotto diverse insegne della distribuzione, della ristorazione, della vigilanza e con le più disparate forme contrattuali. Inoltre la repressione del dissenso sindacale negli shopping park del terzo millennio ricalca quella del secolo scorso nelle fabbriche, ha la stessa natura violenta ma dispone di tecnologie di controllo evolute. L’organizzazione del lavoro rispecchia quella delle istituzioni totali (carceri, manicomi, caserme), passa cioè per l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne e per il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri.

 

Questo rende necessaria una riflessione profonda sul tema della rappresentanza sindacale. E’ necessario ripartire dalla democrazia nei luoghi di lavoro del commercio, è necessario costruire un modello sindacale fondato sulla partecipazione, che rifiuti le deleghe autoritarie e che sradichi il monopolio di Cgil Cisl e Uil, basato sulla paura, il ricatto e la ‘collaborazione’ con le controparti aziendali; che cancelli anni di discriminazioni sindacali e di licenziamenti ‘politici’; che ridia voce ai lavoratori e crei le condizioni per superare un sistema di relazioni tra padroni e Cgil, Cisl e Uil che ormai è un rapporto di tutela di reciproci interessi.

 

Altrettanto necessario è connettere un microcosmo lavorativo costruito e governato sulle differenze (contrattuali, aziendali, di genere), dove ricatto, precarietà, reddito, rappresentano gli strumenti di assoggettamento che i “nuovi padroni” usano per sfruttare i “nuovi schiavi”. La rappresentanza sindacale non può restare confinata nella singola unità produttiva, nei pochi casi in cui è possibile eleggerla: deve divenire patrimonio di tutti i lavoratori del centro commerciale che per la stragrande maggioranza dei casi sono impiegati in piccoli negozi e non godono di alcuna tutela e agibilità sindacale.

 

Il decreto Monti ha determinato con chiarezza le controparti: sono le direzioni e le proprietà dei centri commerciali che stabiliscono ormai i tempi di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, presiedono le riunioni degli esercenti e ne sono parte attiva e decisionale. Da parte nostra dobbiamo batterci affinché si possano eleggere delegati RSU di centro commerciale, che rappresentino le istanze di tutti i lavoratori a prescindere dal contratto e dall’azienda, per far sì che le istanze di tutte e tutti siano adeguatamente rappresentate.

 

“La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti.” - Nelson Mandela

 

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