Da Catia Bottoni a Lampedusa: il difficile rapporto delle Coop con la dignità umana

Roma -

Catia Bottoni si racconta al settimanale Left (in calce riportiamo parte dell'articolo), dopo 12 anni e 27 contratti a termine con la Coop, dopo il licenziamento e dopo essersi incatenata per protesta e per ben due volte alla sede di Legacoop Nazionale in via Guattani a Roma, vestita di tutti i suoi contratti. Contemporaneamente il Presidente Nazionale di Legacoop  Giuliano Poletti tuona sui vergognosi fatti di Lampedusa e su "Lampedusa Accoglienza", la Coop che ha gestito il centro per migranti sull'isola Siciliana.

 

Cosa hanno in comune una commessa della Coop e la vicenda-choc della 'disinfezione' dei migranti? Molto di più di quanto si possa immaginare. Al centro delle due vicende c’è la dignità umana, che ha una relazione indissolubile ed intima con i diritti umani. A Poletti ci preme ricordare che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, del 1948, all’Articolo 23 c’è il Lavoro.

 

Ovviamente le due vicende hanno una diversa rilevanza e un diverso impatto emotivo, ma le dichiarazioni del Dott. Poletti dopo il video choc del “lager” di Lampedusa hanno lasciati aperti diversi interrogativi ed una fastidiosa presa di distanza: “Lega coop è un’associazione che rappresenta le cooperative e quindi non è titolare di alcuna attività di gestione”, a nostro avviso ciò non esime l’associazione da obblighi di controllo e vigilanza.

 

Ma quello che ci lascia perplessi è l’accorato invito del Dott. Poletti agli operatori “a denunciare con forza situazioni che impediscono un adeguato svolgimento della loro attività e ad interromperla quando ci sia anche solo il rischio di ledere la dignità umana, sia quella dei migranti sia quella degli stessi operatori, uno dei valori che le cooperative pongono da sempre alla base della loro missione”.

 

La dignità di Catia Bottoni è stata lesa per ben 12 anni. Dopo 27 contratti a tempo determinato, non è stata più richiamata dall’azienda. Così ha deciso di portare la sua protesta sotto le finestre del Dott. Poletti, si è incatenata e ha tirato fuori la grinta e l’orgoglio proprie di una donna e di una mamma di tre bambini, ma il Presidente probabilmente era distratto.

 

La storia di Catia non è diversa da quella di tanti altri giovani precari assunti alla Coop, quella Coop “piena di valori”, che per anni hanno lavorato con una serie di contratti a termine ripetuti senza vedersi riconosciuto il sacrosanto diritto all’assunzione, come non è diversa dai tanti operatori delle cooperative sociali sfruttati e sottopagati.

 

La perdita di credibilità della cooperazione in questo paese è sotto gli occhi di tutti, episodi contrari all’etica cooperativa si susseguono nelle cronache. “Lampedusa Accoglienza”, la Coop che ha gestito il centro per migranti sull’isola Siciliana, è il più recente e il più vergognoso, se ne faccia una ragione il Dott. Poletti e faccia seguire alle parole i fatti.

 

Left - 20 dicembre 2013 -di Tiziana Barillà

Commesse. Conciate per le feste

Part time, a termine o associate in partecipazione. Per l’esercito delle commesse il Natale è una trincea. Turni massacranti e concorrenza al ribasso. A partire dalle giovani colleghe, belle ma senza esperienza.

In piedi all’ingresso del negozio, tra gli scaffali o sedute dietro un registratore di cassa, ma sempre con un gran sorriso stampato sulla faccia. Sono le commesse delle boutique o dei grandi magazzini, un esercito di donne le cui fila si ingrossano nel periodo natalizio. Commesse sempre più giovani, belle e sottopagate. Il settore del commercio in Italia impiega due milioni di lavoratori e di questi, secondo le stime dell’Unione sindacale di base, circa l’80 per cento sono donne: un «aparthaid», lo definisce il sindacato che denuncia la «condizione femminile insostenibile», spiega Francesco Iacovone di Usb commercio. Per queste lavoratrici la forma contrattuale più usata è quella del part time, ma sono molto diffuse anche forme di lavoro “stagionale”, ovvero contratti a termine. Negli ultimi anni però ha preso piede un’altra tipologia: “associazione in partecipazione”, e cioè un rapporto di lavoro che vincola la busta paga agli utili dell’impresa. Le più fortunate, quindi, hanno un part time, che garantisce comunque una qualche forma di tutela. Tuttavia, anche se nasce come un’opportunità, questo tipo di contratto viene imposto e per di più a condizioni capestro: salario sì, tra i 600 e i 700 euro mensili ma un’organizzazione del lavoro tale da non permettere nemmeno una seconda occupazione. «Presenze nel fine settimana, variazioni di turno improvvise talvolta comunicate lo stesso giorno e al telefono», riferisce Iacovone di Usb. Questa è la fascia più garantita. Per le commesse più giovani, invece, le opzioni sono due: contratti a termine o “associazione in partecipazione”. Nel primo caso significa lavorare per uno o pochi mesi – nel periodo di Natale, durante i saldi o per sostituire una maternità – senza diritti: né disoccupazione, malattia o gravidanza. La legge fissa a 36 mesi il limite massimo per l’utilizzo di questo tipo di contratti, oltre il quale l’impresa dovrebbe assumere. Eppure «abbiamo tanti casi di lavoratrici che hanno superato ampiamente i 36 mesi, lavorando per anni con la stessa azienda», denuncia Iacovone. «Nonostante abbiano il diritto per legge a essere assunte, devono però ricorrere alle vie legali». Come M., una commessa che ha appena vinto la vertenza per l’assunzione a tempo indeterminato, che si trova proprio accanto al sindacalista. Felice, aspetta prima di raccontare la sua storia. Altre invece parlano. Eccome.

LE STAGIONI DELLO SFRUTTAMENTO

Giusto durante il periodo natalizio di dodici anni fa Katia Bottoni viene chiamata a lavorare alla Coop di Colleferro, proprio sotto casa sua, con un contratto a termine per il mese di dicembre. A quel contratto ne sono seguiti altri 26. Firma dopo firma, alla Coop Katia ha lavorato per 12 lunghi anni: prima come addetta alla cassa e rifornimento, poi in diversi reparti come la pescheria e la gastronomia. Un jolly, sempre a scadenza: un mese a dicembre, quattro mesi d’estate, a volte due contratti di fila con interruzioni di 15 giorni prima di procedere al terzo. «Ho collezionato 27 contratti in 12 anni. I primi 11 anni a Colleferro, poi sempre più lontana, un mese a Velletri a circa 10 km da casa e l’ultimo anno a Cisterna di Latina, a 45 km», racconta a left Katia, che oggi ha 39 anni, tre figli e nessun lavoro. Oramai è troppo “anziana”. «Quando presento il curriculum mi rispondono che ho 39 anni e lo Stato non li aiuta per prendere me, preferiscono gente con meno esperienza, sì, ma anche meno anni». Il lavoro che Katia ha perso era precario, instabile e con un salario altalenante: quando andava bene ed era full time, e cioè 37 ore settimanali, arrivava a 1.200 euro al mese. E per raggiungere quella cifra cercava di accumulare più ore possibili: «Come quando si faceva l’inventario fino all’una di notte e poi si riattaccava alle sei di mattina», ricorda. Tanti sacrifici sopportati - lavoro ogni domenica, turni massacranti e attese pazienti negli intervalli tra un contratto e un altro - «per aspettare il contratto che però non è mai arrivato». Dal 30 settembre 2012 Katia non lavora più: «So per certo che hanno chiamato altre lavoratrici stagionali tramite agenzie interinali, perché così non maturano l’anzianità necessaria per l’assunzione a tempo indeterminato», dice amara. «È un accordo interno dell’azienda, che non ha nessun valore di legge ma lo usano lo stesso». Perciò, la scorsa primavera, ha deciso di incatenarsi davanti alla Lega delle cooperative di Roma: «Non sono una pazza, prima di quell’atto di forza ho cercato un colloquio con l’azienda, ho chiesto loro di continuare a lavorare come stagionale, purché mi assicurassero il lavoro. Sarei scesa a qualsiasi patto pur di lavorare». Dopo l’incatenamento ottiene un colloquio con l’azienda: «Mi hanno offerto l’assunzione a Formia, che da casa mia dista circa 130 chilometri, per un contratto di venti ore settimanale. Significa nemmeno 600 euro al mese per coprire 260 chilometri al giorno di tragitto». Katia ha rifiutato, anche perché il supermercato in questione «non esisteva ancora all’epoca e a tutt’oggi non è ancora stato aperto». [...]

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